• Gianfranco Catullo

La fotografia di matrimonio e la sua evoluzione (seconda parte)


La luce. Durante qualsiasi cerimonia, la luce ha un andamento discontinuo, intendo dire che è presente con intensità differenti e soprattutto con temperature colore differenti al variare della location. La temperatura colore, misurata in gradi Kelvin (che da ora in poi indicheremo con K), indica la tonalità della luce, cioè il suo "colore". Ad esempio la luce del sole in una giornata normalmente soleggiata ha un valore di circa 5400 K, che però sale a 7000 K in presenza di nuvole o fortissima umidità. Dal lato opposto, la luce di una lampada ad incandescenza è di 2700 K e quella di una candela di 1000 K e risulta piuttosto rossastra in fotografia. Dunque ad un valore basso corrisponde una tonalità più calda e viceversa. Questo cambia profondamente il risultato finale della fotografia al variare dei sistemi di illuminazione ma anche rispetto all'orario di ripresa, dato che alle 7.00 la luce è sicuramente più "calda" che alle 15.00, come pure le lampade presenti nelle chiese solitamente illuminano in maniera differente rispetto a quelle utilizzate in sala.

In questo confuso panorama di colori, il mezzo principale per il controllo della luce è il flash elettronico, tarato solitamente a 6000 K. Questo vuol dire che in qualsiasi situazione lo useremo, la luce sarà sempre la stessa. Tuttavia, come più volte ho scritto nel corso degli anni, personalmente non adoro il flash, e questo per almeno tre motivi: la tendenza alla sovraesposizione, la presenza di ombre e la durezza dei contorni. La luce del flash è puntiforme, cioè costituita da un intenso fascio luminoso proveniente da una piccola lampada deputata all'illuminazione di superfici talvolta molto grandi (ad esempio soggetti in una chiesa, ampie sale). Questo provoca inevitabili differenze d'illuminazione da un punto all'altro.


Dunque, solamente alcune zone della scena saranno correttamente esposte mentre le altre presenteranno forti ombre e nel caso dei volti dei soggetti, le imperfezioni o le caratteristiche somatiche saranno messi in drammatica evidenza. Per ovviare al problema ho sperimentato per lungo tempo la ripresa con il flash di rimbalzo, direzionando cioè la testa del flash verso una superficie riflettente per riuscire così a mitigare fortemente gli effetti negativi appena citati e raggiungere un buon compromesso qualitativo.

La soluzione radicale, secondo la mia personalissima opinione è tuttavia quella di non usare il flash. La condizione di ripresa da un lato si complica (con poca luce, il rischio di mosso è sempre in agguato) ma dall'altro si semplifica dato che i ritratti saranno mediamente migliori e più naturali, come pure l'illuminazione globale apparirà più uniforme. Le foto che scatto con Andrea durante i matrimoni sono eseguite senza flash (tranne in qualche rara situazione in cui i soggetti si muovono velocemente e la luce è quasi completamente assente), come pure quelle di tutti i concerti e gli spettacoli teatrali, dove giustamente l'uso del flash non è nemmeno ammesso. La temperatura colore, e finalmente ci arrivo, viene modificata soltanto in caso di forti dominanti cromatiche in fase di post-produzione con i softwares di fotoritocco. Ma il più delle volte va bene così com'è: in fondo è la stessa luce c'era in chiesa o in sala. Il discorso si complicherebbe e non di poco se parlassimo di correzione e conversione della temperatura colore nella fotografia analogica, oppure di percezione sensoriale dei colori, ma non è questo il luogo di tale trattazione.

La composizione. Il discorso compositivo è molto vasto, anzi infinito dato che contempla variabili scarsamente quantificabili come i gusti personali o le scelte artistiche del fotografo. Oggi il concetto della regola dei terzi, il controllo delle diagonali o le composizioni circolari hanno un'importanza prevalentemente teorica e sono utilissimi ai giovani fotografi, ma molto meno a chi pratica questa professione da svariati anni e vuole utilizzare schemi di ripresa personali. Abbiamo parlato di fotografia ritrattistica, quella maggiormente legata agli schemi classici e marcatamente statica. Ma perchè a volte non piace? La posa statica è quasi sempre innaturale perchè non comunica proprio nulla. Ci si predispone, cioè, ad essere fotografati, quindi l'unico sentimento comunicato dal soggetto potrebbe essere riassunto con "smetto di fare qualsiasi cosa stessi facendo e sorrido forzatamente per essere fotografato e risultare bello". Ciò avviene proprio perchè durante lo scatto non si fa niente, se non qualche movimento consigliato dal fotografo che crea nulla di più che una banale simulazione. In alcuni casi la fotografia in posa può tuttavia risultare divertente, o sensuale o elegante, ma ci vogliono soggetti che ben si prestino allo scopo. Anche noi la utilizziamo, ma con la complicità totale dei soggetti, con ottiche speciali (gli obiettivi fish-eye, ad esempio) e in situazioni paradossali e volutamente divertenti. I soggetti che invece meglio si prestano ad essere fotografati staticamente sono i bambini, che riescono a comunicare tramite la posa assunta anche una certa naturalezza derivata dal fatto che non vogliono risultare per forza belli agli occhi degli altri.

Il bambino, campioncino di sincerità nelle pose spontanee lo è anche in quelle "costruite": è infatti meno influenzato dalle sovrastrutture sociali degli adulti e dunque conserva tratti di naturalezza anche in situazioni che non lo sono affatto. In poche parole, ci guarda sorridendo pensando che si tratti di un gioco e non vuole fare null'altro che divertirsi. La composizione può inoltre essere arricchita da uno schema (anche complesso) di illuminazione flash multipla, ma bisogna prestare grandissima attenzione a non scadere nello "standard" o più semplicemente nel modaiolo fine a se stesso. Infine, ho sperimentato un utilizzo creativo della macrofotografia e dello still-life di piccoli oggetti quali fedi o particolari floreali.


Il fotogiornalismo, invece, è scarsamente propenso a ritrarre soggetti che non fanno nulla. Vuole infatti descrivere una situazione, nel nostro caso il matrimonio, attraverso una serie di immagini che lo caratterizzano fortemente, o esplicitano un lato del carattere degli sposi o degli invitati. Qualche foto esagerata o fuori dagli schemi, se utile a rafforzare il messaggio che vogliamo comunicare, è sicuramente concessa. E non basta dire soltanto "fotografia non in posa" per essere fotogiornalisti di matrimonio perchè bisogna prima di tutto avere bene in mente che tipo di immagine si vuole realizzare per comunicare qualcosa e successivamente impaginarla (e a volte corredarla di musiche e testo) in maniera adeguata. Bisogna cioè sempre pensare di dover raccontare una storia attraverso un numero limitato di immagini pubblicate sulle pagine di un giornale o (nel nostro caso) di un libro fotografico che sarà letto da chiunque.

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